NO, NON È UN BLOG DI GIARDINAGGIO
MA POTRESTE TROVARE QUEL CHE NON STATE CERCANDO

giovedì 30 dicembre 2010

Pomander

Il pomander originario si potrebbe definire come un contenitore metallico grande al massimo come un’arancia, spesso traforato o diviso in settori, da portare legato a una catenella alla cintura, al collo, al polso (al dito!) e contenente sostanze profumate. La trasformazione in arancia trapunta di chiodi di garofano avviene per gradi.

Il termine è inglese, nato direttamente dal francese pomme d’ambre ovvero mela d’ambra. Questa è da intendersi come ambra grigia (ambre gris), che va distinta dalla resina fossile (ambre jaune) già conosciuta in antichità come elettro (Ηλεχτρον, Elektron). Il termine ambra deriva dall’arabo عنبر `anbar, a sua volta da عنابر `anābir (capodoglio) attraverso il latino medievale ambar, che indicava la sola ambra grigia … Le vie della linguistica sono spesso tortuose come quelle del commercio: l’ambra grigia (e il suo nome) viene fatta conoscere all’Occidente dai Crociati; l’ambra grigia è legata al mare, così come l’elettro proveniva dalle coste del Mar Baltico; entrambi i materiali sono leggeri (l’ambra gialla meno della grigia, che è più leggera dell’acqua), entrambi sprigionano un aroma gradevole quando vengono forati con un ago arroventato, su cui lasciano un residuo appiccicoso – e questo è ancora il primo metodo per distinguerli dalle contraffazioni. Se l’ambra gialla fusa profuma di resina, la grigia ricorda il sentore del mare, del sottobosco, del muschio (ossia la secrezione feromonica delle ghiandole dei maschi di Moschus moschiferus) eccetera eccetera: molto dipende dal naso di chi annusa, molto dal processo di formazione dell’ambergris.

Funghi di alberi sottomarini; sperma di balena rappreso; fegato di un certo pesce; spuma del mare; bitume che esce dal fondo del mare e giunto in superficie si condensa … Così enumera il medico e farmacista Giuseppe Donzelli (1596-1670) nel suo Teatro farmaceutico, dogmatico e spagirico del 1667. L’origine marina dell’ambergris era nota da tempo e Marco Polo così ne parla nel capitolo 186 (Dell’isola del Madegascar) de Il Milione: “Qui si à ambra assai, perciò che in quello mare àe assai balene e capodoglie; e perché pigliano assai di queste balene e di queste capodoglie si ànno ambre assai.” Ma il legame con i cetacei non era ben chiaro; Avicenna (980-1037; il suo Kitab al-Qanun fi al-Tibb, tradotto in latino come Liber canonis medicinae nel XII secolo, sviluppa su esperienze personali gli scritti di Galeno e rimane per secoli uno dei principali manuali di medicina) sosteneva che le balene ingurgitavano e poi vomitavano l’ambra, che quindi si poteva sia trovare nello stomaco degli animali sia raccogliere spiaggiata.

Oggi, sebbene l’etologia del capodoglio sia in gran parte ancora sconosciuta, sappiamo qualcosa di più: “L’ambergris è una rara concrezione patologica cerosa che si rinviene nello stomaco e negli intestini del capodoglio (Physeter catodon). La sua origine è ancora incerta, ma le condizioni possono essere dovute all’irritazione causata da certi cibi indigeribili, specialmente quando la balena si nutre di seppie (Sepia officinalis). I becchi cornei o mandibole delle seppie, quasi invariabilmente rinvenuti nell’ambergris, non possono essere digeriti e causano irritazione. La concrezione innaturale è solitamente espulsa nell’ordinario processo di escrezione, ma frequentemente il capodoglio si ammala e muore prima che la condizione evidentemente morbosa si risolva. L’ambergris è così ritrovata sulle coste di tutti i mari frequentati dai capodogli e nelle carcasse dei capodogli morti. Quando è fresca, l’ambergris è nera e mista a sangue e materia fecale, e emana un odore sgradevole. Quando la massa è esposta all’aria e al sole, l’ambergris diviene grigio chiara (gris) e dura, e assume un odore dolce, muschiato. L’ambergris consiste principalmente (80%) di ambreina, grassi e acido benzoico. Il suo odore potrebbe derivare dalle seppie di cui la balena si nutre.” Karl H. Dannenfeldt, Ambergris: the search for its origin, 1982. (Traduzione a braccio). Dunque solo dopo aver flottato per lungo tempo (alcuni anni) sulla superficie del mare, soggetta alla fotodegradazione e all’ossidazione, l’ambergris acquista le caratteristiche che la rendono tuttora molto pregiata. L’ambreina, il principale responsabile dell’aroma dell’ambergris, è un alcol triterpenico (i terpeni sono molecole assai interessanti – e odorose; tuttavia, viste le mie scarsissime nozioni di biochimica, mi fermo qui).

Le masse d’ambra contenute nel corpo dei capodogli possono raggiungere il peso di alcune centinaia di chilogrammi; tuttavia l’ambra “matura” che si rinviene sulle spiagge si presenta in noduli pesanti tra i cento grammi e i dieci chilogrammi. La scarsità e l’origine incerta facevano dell’ambergris un materiale molto costoso, il cui prezzo saliva ulteriormente sui mercati europei, molto lontani dalle coste dell’Oceano Indiano dove era raccolta.

Nel 1174, anno della sua incoronazione, Re Baldovino IV di Gerusalemme invia in dono all’Imperatore Federico Barbarossa una raffinatezza orientale: contenitori sferici di metallo traforato composti di due valve racchiudenti muschio (ancora nel senso di Moschus; l’essenza era impastata con cera o argilla o altro materiale analogo) – sono i pommes de senteurs, da cui deriveranno i pommes d’ambre e poi i pomanders.

Il muschio sarà sostituito dall’ambra grigia, che grazie alla sua consistenza è posta direttamente nel contenitore, senza che sia necessario miscelarla a sostanze solide. Tuttavia il suo prezzo è altissimo e solo pochi sono in grado di acquistarne in quantità; l’ambergris allora sarà usata più spesso in miscele anche molto complesse; si scopre intanto la sua capacità di prolungare la durata delle altre essenze, cosa che contribuisce ad aumentarne il pregio (ora sappiamo che ciò avviene perché le molecole profumate si legano a quelle dell’ambergris, che sono grandi, pesanti e meno volatili). Il termine pomander indica perciò tanto il contenitore quanto il contenuto; il primo può divenire un oggetto molto prezioso, anche in oro decorato con perle e pietre dure; il secondo si differenzia in base alle esigenze e alle possibilità.

Odorare profumi non era semplicemente piacevole: era ritenuto salutare. La medicina si basava in gran parte sulle idee sviluppate secoli prima da Ippocrate e Galeno, idee che comprendevano la teoria umorale, secondo la quale la malattia era causata da una rottura dell’equilibrio tra i quattro umori che governano il corpo (bile, sangue, atrabile e flegma); si trattava soprattutto di una medicina preventiva, dalle molte norme igieniche, dove curare significava appunto ristabilire l’equilibrio perduto, intervenendo con salassi, astinenze da cibo o sesso o bagni caldi (!), assunzione di preparati soprattutto a base d’erbe (pastiglie, decotti, infusi o altro, comprese le fumigazioni) eccetera eccetera. Su queste basi la medicina proseguì almeno fino al XIX secolo – e a dire il vero anche oggi la si incontra, fuori dai circuiti ufficiali, annunciata dal suffisso –terapia e cosparsa di un po’ della sapienza del lontano Oriente (insomma, l’esotico  aiuta! il medico se non il malato, come dimostra Wagner: non proviene forse dall’Arabia il balsamo che Kundri porta ad Amfortas? di certo superiore a ogni altro farmaco sulla Terra!).

Accade così che la diffusione dei pomander in epoca tardo-medievale sia testimoniata tra l’altro dalle numerose ricette (almeno tredici sono arrivate a noi) concepite per ridurre le possibilità di contagio durante la grande peste del 1347-53. La brutalità del morbo lascia attoniti i medici, che faticano a trovare una spiegazione coerente con l’eterogeneo sistema teorico del tempo. Tra le poche certezze, la natura caldo-umida della peste, che dunque andrà contrasta con preparati caldi e secchi in inverno e freddi e secchi in estate (e l’ambergris, ricorda ancora il Donzelli, “è calda e secca nel secondo grado”), come suggerisce il Compendium de epidemia redatto dai medici della Facoltà di Parigi dietro richiesta di Filippo VI; il trattato circola a lungo in tutta Europa con notevole influenza sulle pratiche mediche. Le varie ricette per i pomander prevedono quasi tutte l’uso di ambergris, associata a aloe, acqua di rose, muschio e canfora. Mentre Gentile da Foligno, che pure nel suo Consilium de peste, terminato poco prima di morire per il morbo nel 1348, dà indicazioni per la preparazione dei pomander, suggerisce l’uso di semplici erbe alle persone più povere. Le piante spontanee o coltivate negli orti di per sé non erano ritenute meno efficaci: si pensava piuttosto che nella farmacopea come nella cucina fossero più adatte alla complessione più “grossolana” dei ceti inferiori, ai quali spezie e prodotti esotici sarebbero risultati invece più dannosi che salutari. La questione dunque non è solo economica e porta una differenziazione per gradi della farmaceutica tra strati alti e strati bassi della società.












sopra: Pomme de senteur a sei spicchi in oro smaltato, Paesi Bassi, 1610-1620. Rijksmuseum, Amsterdam ©

Così negli elenchi dei doni ricevuti dalla Regina Elisabetta I per il Nuovo Anno troviamo sia “a pomaunder gar' with golde and 12 sparks of rubies and perles pendaunt” da parte di Lady Heniaige,  sia “a cheyne of pomaindes, with buttons of silver betwene”, da Charles Smyth, Gentilman (insieme a zenzero candito, arance candite, marzapane, dolci di mele cotogne…); ma troviamo pure quella che dovrebbe essere una delle prime registrazioni di un pomander realizzato con chiodi di garofano: “stikt round about with cloaves”.

Di qualche decennio prima, ancora in Inghilterra, abbiamo altri cenni che raccontano della trasformazione del pomander da gioiello a frutto “trapuntato tutto intorno con chiodi di garofano”. Si tratta di poche righe comprese nella biografia del Cardinale Thomas Wolsey (1471-1530) (Thomas Wolsey, Late Cardinall, his Lyffe and Deathe) redatta da George Cavendish (1494-1562 c.a): “[…] holding in his hand a very fair orange, whereof the meat or substance within was taken out, and filled up again with the part of a sponge, wherein was vinegar, and other confections against the pestilent airs; to the which he most commonly smelt unto, passing among the press, or else when he was pestered with many suitors.La polpa dell’arancia è sostituita con una spugna imbevuta di aceto e sostanze profumate; la buccia fa da contenitore e contribuisce al complesso degli aromi. Un lusso senza sfarzo.

E finalmente nel masque (rappresentazione teatrale di carattere allegorico e altamente scenografica) scritto da Ben Jonson per le feste a corte del Natale 1616, “Christmas, His Show”, l’arancia è associata ai chiodi di garofano (cloves), attestando la diffusione del pomander come lo conosciamo oggi.

Gamboll:
And heer's New-yeares-gift h'as an Orenge, and Rosmarie, but
not a clove to sticke in't.

New-Yeares-Gift:
Why, let one go to the Spicery.

Christmas:
Fie, fie, fie; it's naught, it's naught boyes.

Venus:
Why, I have cloves, if it be cloves you want, I have cloves in
my purse, I never goe without one in my mouth.

Pomander

martedì 21 dicembre 2010

Solstizio d'inverno

C’era l’intenzione di raccontare qualcosa dei luoghi d’origine e della storia di Camellia sasanqua, ora che il mal tempo e il freddo ne hanno portato via gli ultimi fiori, e di approfittare dell’occasione per parlare anche della correlazione tra suolo e clima e delle pretese che alcuni giardinanti hanno di coltivare qualunque pianta di cui si innamorino sotto qualsiasi cielo si trovino. 

Ma oggi è il solstizio d’inverno – e pure notte di plenilunio: chissà se dobbiamo aspettarci strani effetti sulle persone… – e il giorno merita di essere celebrato. I falò che si accendevano per sostenere il sole nella notte più lunga dell’anno (e ancora oggi nella notte dell’Epifania) purtroppo non vengono molto bene on-line e allora vi offrirò qualcosa di assai diverso che ritengo però altrettanto beneaugurante.

Scegliete un’arancia sana, di forma regolare e del diametro di sette-otto centimetri, dalla buccia sottile: la varietà Tarocco è molto adatta. Prendete circa cinquanta grammi di chiodi di garofano, evitando quelli minuti, difficili da maneggiare, e inseriteli ad uno ad uno nella buccia dell’arancia, lasciando poco spazio tra l’uno e l’altro. Impiegherete circa un’ora. Potrete aiutarvi con un ago da materassi o uno spiedino di bambù per forare appena la buccia prima di inserirvi il chiodo di garofano. Un ditale eviterà che i polpastrelli più sensibili siano doloranti al termine del lavoro. Fate attenzione affinché la buccia non si rompa o sarete costretti a gettar via tutto. Il succo evapora attraverso i chiodi di garofano nel tempo di un paio di settimane, durante le quali terrete l’arancia il luogo ventilato; essiccandosi l’arancia si riduce di diametro e gli spazi tra i chiodi di garofano scompaiono. Otterrete così una versione moderna del pomme d’ambre o pomander (oggetto di origine tardo medievale di cui vorrei parlarvi più diffusamente la prossima volta): caldo, profumato, solare, scaccia i cattivi pensieri dall’inverno e le tarme dagli armadi.


Così preparato il pomander si conserva per anni, mentre se non ricoprirete l’intera superficie dell’arancia con i chiodi di garofano la durata si accorcerà a pochi giorni. Un metodo più complesso prevede di far asciugare il pomander, rivoltandolo quotidianamente, in un sacchetto di tela leggera contenente polvere di spezie come cannella, noce moscata, pepe della Giamaica e iris – quest’ultimo serve anche come fissativo – che sarà catturata tra i chiodi di garofano. Ma forse è troppa grazia in una sola volta.

martedì 14 dicembre 2010

Letture


Giustifico i giorni di assenza dal blog con questo link alla webzine della casa editrice Hevelius, che mi ha chiesto - certo senza rendersi conto delle conseguenze - di scrivere qualche considerazione su un libro che mi fosse caro, da consigliare per i regali di fine anno. Ho scelto Kim, di Rudyard Kipling, da leggere sotto i segni della vitalità, della molteplicità e degli affetti, che credo attualissimi come auspici per i tempi prossimi venturi. Per me è stata l'occasione per indagare i motivi che, dopo tanti anni dalla prima lettura, me lo fanno ancora amare: che ciascuno possa trovarvi qualcosa per sé.

venerdì 3 dicembre 2010

Giardino di Poeta - 12

Questo vento di morte
trova testimonianza
nelle rose deserte
che crollano a distanza.

Il giardino si spoglia
dietro i vetri - al tuo lento
tacco una nera foglia
si incolla sul cemento.


Toti Scialoja, Qui la vista è sui tigli, poesie 1979-1985